Takesada Matsutani
Takesada Matsutani
Figure circolari di color nero sporcano e scolpiscono differenti superfici su cui si erge l’artista Takesada Matsutani intento a traslare il suo mondo, quello sedimentato nella sua anima. Una descrizione che ben lo rappresenta all’interno del suo studio intento a disegnare le sue tele.
Takesada sottolineando l’importanza delle gradazioni che vi sono all’interno di un’opera in bianco e nero, grazie alle infinite possibilità di grigio, trasmette una metafora creativa volta a richiamare la sua stessa vita e condizione, in seguito al suo spostamento a Parigi. Trasferimento vitale che ha modificato la stessa chiave di produzione e di lettura della sua arte mutata grazie ad un confronto con la mentalità occidentale. Allora cosa fare? Adattarsi e trasformarsi? Oppure cercare di ricostruirsi una propria identità, partendo dalla sua cultura di origine, in una nazione del tutto nuova?
L’artista ha preferito vivere nel limbo di queste domande esistenziali, così da cogliere quelle infinite sfumature che possono generare due semplici colori quali il bianco ed il nero, simbolo figurativo di ciò che si può generare quando l’Oriente incontra l’Occidente.
La formazione dell’artista avviene nel Giappone degli anni Cinquanta, una nazione distrutta dalla guerra dove la gente aveva perso tutto, eppure ci sono persone al mondo, come Takesada, dove la loro totalità risiede non nell’ambiente circostante bensì all’interno della propria mente. Un pensiero creativo, quello dell’artista, che riconobbe come la tela, quel semplice strato sottile su cui geni della pittura e dell’arte si sono cimentati per secoli, fosse ormai morta e sepolta con la guerra stessa. La tela e la sua bidimensionalità non appartenevano più alla cultura della nuova era, in cui si prediligono, invece, giochi di profondità e di tridimensionalità volti a richiamare un corpo pronto a prender forma. Un corpo che l’artista ha potuto modellare grazie ad un nuovo elemento creativo come la colla che risulta così liquida e facile da spargere su una qualsiasi superficie in fase di creazione, a cui si contrappone la sua durezza quando diventa asciutta. Le forme delle sue opere ricordano figure indefinite, che si ergono da oggetti o superfici inaspettate come libri, così da offrire una libera interpretazione all’osservatore. Questa chiara indeterminatezza di ciò che l’arte di Takesada raffigura vuole spingerci a cogliere il processo produttivo come il vero elemento innovativo rappresentando, pertanto, il fulcro stesso dell’opera. Eppure, a seguito del suo trasferimento a Parigi la sua innovativa tecnica creativa scomparve e con essa anche il suo studio, e così l’artista fece riferimento per il futuro corso della sua arte al suo amico incisore Stanley William Hayter. E fu proprio l’incisione, antica tecnica nata in Oriente, a fungere da collegamento tra la sua terra di origine ed il suo presente artistico e lavorativo a Parigi. Grazie all’incisione l’artista ha potuto rielaborare e rileggere la sua visione del Giappone e mostrarlo a generazioni di parigini, rimasti estasiati dalle grandi tele volte a richiamare la filosofia zen, ben reinterpretata dall’artista, in una calligrafia composta da due semplici colori: il bianco ed il nero.
La profonda lezione di Takesada vuole ricordarci l’importanza delle nostre origini, che spesso ignoriamo o da cui ci nascondiamo e di come esse possano, anzi debbano, accompagnarci durante tutto l’arco della nostra vita perché sedimentate all’interno della nostra mente.


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