Ceramiche orientali e pitture monocromatiche

Nel 1700 in Europa si diffuse lo stile “neoclassico”, espressione culturale che fu riletta in molteplici sfaccettature e differenti discipline al fine di richiamare la sontuosa semplicità culturale dell’era greca e romana. Antichi miti e leggende greche ritornarono prepotentemente all’attenzione degli artisti di quegli anni che ben seppero riadattare e confrontare lo splendore del passato con la loro epoca contemporanea. A metà del Settecento si sviluppò e si diffuse in Europa un altro stile, il “romanticismo”, un movimento artistico che connotò ogni ambito creativo e si pose in netto contrasto con gli ideali neoclassici. Se il neoclassicismo esaltava antichi ideali di bellezza e di rigore il romanticismo tendeva a distruggerli così da proiettare nelle opere pittoriche i pensieri più profondi dell’animo umano. 
Negli stessi anni in Oriente si reinterpretava una tradizione culturale millenaria: la ceramica. Arte decorativa che si caratterizzò di stili differenti a seconda delle epoche, così da cogliere la vera essenza del proprio tempo. La ceramica del Settecento iniziò a colorarsi di forti tinte monocromatiche come il rosso, blu o il giallo, colori che hanno saputo anticipare le cromie occidentali che rappresenteranno nel Novecento i colori simbolo di nuove forme ed espressioni artistiche. Vi sono, però, altre caratteristiche dal forte impatto stilistico come la particolarità di alcuni gambi che presentano una decorazione nascosta chiamata in cinese “anhua”. I soggetti raffigurati rimangono di carattere religioso, ne è esempio un vaso che raffigura gli otto emblemi buddisti incisi finemente, così da risultare un dettaglio decorativo percepibile solo dopo un’attenta analisi. La costante, che connota l’arte della ceramica, è la capacità di cogliere in uno spazio così limitato, da parte di maestri ceramisti, l’essenza della propria epoca e rappresentarla secondo canoni semplici e raffiniti, lasciando, invece, a noi occidentali l’arte dello stupore e della provocazione. 
Una provocazione rintracciabile nelle forti tinte cromatiche disposte sulla tela da parte dell’artista statunitense Mart Rothko, principale esponente dell’espressionismo astratto. L’arte di Rothko stupiva per l’essenzialità del messaggio che l’artista mandava al visitatore attraverso quadrati monocromatici privi di alcun aspetto figurativo, perché volti a percepire e raffigurare sentimenti interiori. Nel Novecento, grazie alle opere di Rothko, noi Occidentali abbiamo imparato a far nostra la lezione cromatica ormai consolidata nella cultura Orientale, reinterpretandola e semplificandola così da rendere il colore l’unica vera componente visiva. 



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