Quando l'Oriente incontra l'Occidente
Gutai, questo è il nome che veniva usato da un collettivo di artisti nel Giappone degli anni Cinquanta al fine di connotare la propria arte di valenze innovative e soprattutto concrete. Sì perché nel Giappone post-bellico la parola d’ordine era concretezza, un termine utilizzato nella vita di tutti i giorni ed anche soprattutto nell’arte, disciplina creativa che cattura la storia della propria epoca.
All’interno di questo collettivo di artisti era presente anche il pittore, anche se è molto riduttivo chiamarlo in questi termini, Kazuo Shiraga. Questo artista, in seguito alla sconfitta giapponese nella seconda guerra mondiale, iniziò a concepire una nuova esperienza artistica basata sulla tridimensionalità, sulla partecipazione attiva dell’essere umano all’interno dell’opera sottolineando la supremazia dell’azione rispetto al pensiero. Nonostante il pensiero artistico fosse differente rispetto a quello Occidentale il risultato finale dell’operazione artistica iniziata in Oriente da Shiraga ha prodotto un’arte ben simile a quella sviluppata da Jackson Pollock negli stessi anni in America, permettendo la nascita e lo sviluppo della tecnica chiamata dripping.
Se Pollock partiva del proprio intervento artistico adoperato sulla tela, differente era la filosofia perseguita da Shiraga che sottolineava la centralità della materia in ambito operativo. L’artista giapponese non si limitava a versare del colore utilizzando il pennello bensì prediligeva il proprio corpo come strumento tecnico utile alla stesura del colore sulla tela. Egli partiva, innanzitutto, dal colore, ovvero dalla materia, versando una quantità inimmaginabile di inchiostro sulla tela successivamente procedeva nella distribuzione del colore nello spazio pittorico attraverso il proprio corpo, diventandone così un tutt’uno con la propria arte. Shiraga iniziava a muoversi sullo spazio della tela, quasi fosse in atto una vera e propria performance, utilizzando i suoi piedi e la parte bassa del corpo come strumento pittorico, mentre con le mani si teneva a dei fili appesi al soffitto che gli permettevano di giostrarsi e di librare su questo incondizionato spazio operativo. L’inchiostro veniva da lui distribuito secondo un puro ordine causale dettato unicamente dal proprio istinto e dalla propria visione creativa, dopodiché una volta terminato il suo operato lasciava asciugare la propria tela affinché potesse essere appesa a parete, una volta asciugato l’inchiostro. Il risultato finale è un qualcosa di incredibile e di terribilmente sconvolgente perché la materia rimane, nonostante queste differenti operazioni, la protagonista assoluta dell’opera, grazie al suo voluminoso spessore che ci induce, irrimediabilmente, ad immaginare le azioni compiute dall’artista al fine di ottenere questo particolare risultato.
Nonostante Shiraga e Pollock partissero da culture completamenti differenti e di conseguenza anche da ambiti sociali e storici diversi il loro risultato artistico risulti simile sotto alcuni punti. In questo articolo non si cerca di delineare chi per primo è stato in grado di sperimentare e consolidare la tecnica del dripping, bensì questo testo vuole cercare di cogliere i punti in comune che legano due differenti culture, in questo caso quella orientale con quella occidentale. Nonostante queste culture interpretino due concetti della vita differenti capita, a volte, che tali visioni, grazie a cause fortuite della vita, si incontrino e dialoghino tra di loro, processo raro reso possibile grazie all’arte intesa nelle sue mille sfaccettature.


Commenti
Posta un commento