La storia di Paolo Venini

Al termine del secondo dopo guerra, in Italia iniziò un fervente periodo di riscoperte e riletture delle proprie tradizioni manifatturiere. Una tra tutte, l’arte del vetro, che ha il suo epicentro a Murano, visse, in questo periodo, una profonda e rivoluzionaria trasformazione. 
Si noti che l’arte del vetro di Murano aveva vissuto, grazie al maestro progettista Paolo Venini, una radicale ridefinizione già dagli anni 20 del Novecento. Venini fu tra i primi a comprendere l’importanza di connotare i propri manufatti di valenze estetiche, progettuali e funzionali. Se fino ad allora le opere realizzate a Murano si connotavano per la loro squisita manifattura, grazie a Venini, invece, le opere si caratterizzarono di valenze  progettuali, utilitaristiche e commerciali. Sino ad allora le fornaci di Murano erano specializzate nella realizzazione di determinati prodotti, principalmente lampadari, poiché di facile commercializzazione, seppur ad un pubblico elitiario. Le fornaci manifatturiere di Murano erano strettamente collegate con la storia della Serenissima in quanto luoghi simbolo di riscoperte di canoni arredativi squisitamente veneziani, apprezzabili da molti ancora ad oggi all’interno di alcuni palazzi storici. 
Il processo di Venini mirava ad un ribaltamento di tale flusso produttivo, egli iniziò a realizzare in primis oggetti unici, di alta qualità ed estremamente colorati. Tali arredi hanno rappresentato una prima linea di demarcazione fra tradizione ed innovazione. Innanzitutto le opere iniziarono ad essere realizzate in serie, seppur limitata, di pezzi, che traevano la loro origine e la loro esistenza da una reale esigenza funzionale ed estetica basata sulle allora esigenze della società italiana ed europea. Le opere di Venini iniziarono ad essere commercializzate non più all’interno del luogo di produzione bensì il punto di fruizione di tali opere iniziò a spostarsi si nel centro di luoghi simbolo della cultura e del design, come Venezia o Parigi. In questi due città, la clientela, proveniente da ogni parte del globo, poteva acquistare i squisiti pezzi di artigianato e di arredo unici nel suo genere sviluppati da Venini. 
Progressivamente Venini decise di dividere la propria collezione in oggetti standard ed oggetti artistici. Nella seconda categoria il pubblico ha potuto acquistare ed apprezzare, in particolare modo dal secondo dopo guerra, oggetti di magnifica fattura progettati dai più importanti designers attivi sulla scena italiana, da Gio Ponti a Fulvio Bianconi, da Fornasetti a Carlo Scarpa, ecc... 
Queste variegate e fruttuose collaborazioni hanno segnato una seconda netta e profonda linea di demarcazione, utile ad unire l’antica storica tradizione vetraria a nuove sfide progettuali, che, spesso, miravano a sfidare le stesse regole produttive vigenti sino ad allora. Fra tutte queste sfide progettuali vi è un oggetto che, personalmente, meglio abbraccia e simboleggia questa nuova visione e sfida progettuale intrapresa dalla fornace Venini, si tratta del caso “Fazzoletto” concepito da Fulvio Bianconi. Si racconta che egli volesse ricreare in vetro “le gonne delle signore” mentre poi il pezzo da lui immaginato, una volta capovolto gli abbia ricordato un “fazzoletto” perché estremamente delicato, sottile e caratterizzato da forme che ricordano un oggetto in movimento perenne sospeso nello spazio e nel tempo. Il “Fazzoletto” di Bianconi rappresenta un pezzo cult sia della produzione di Venini sia del design italiano, ne è esempio la presenza di tale opera nella collezione permanente del MoMA di New York.

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