Il lascito di Germano Celant

Oggi ci ha lasciati all’età di 80 anni il più celebre critico italiano, Germano Celant. Figura che negli anni Sessanta seppe cogliere e divulgare, secondo canoni del tutto innovativi eppure in perfetta linea con l’andamento globale, un nuovo corso artistico: l’Arte Povera. Uno degli ultimi movimenti italiani che si prefisse di rileggere l’arte dei suoi anni, lanciando un nuovo messaggio improntato su un progressivo abbandono di mezzi complessi, prediligendo, invece, materiali semplici spesso offerti dalla natura. Intenzioni che vennero ben esplicate e diffuse all’ampio pubblico grazie al testo che Celant divulgò nel 1967 sulle pagine di Flash Art, notissima rivista artistica pubblicata in tutto il mondo. 
Attraverso quel manifesto editoriale Celant dichiarò, in modo molto limpido, le intenzioni ed i propositi che il movimento si poneva, propositi che il curatore colse nell’innovativa progettualità artistica intrapresa dai giovani artisti che si erano uniti a lui. Nomi ad oggi affermati e riconosciuti a livello mondiale, nonostante allora fossero, invece, puri sperimentatori, che racchiudevano personalità quali: Mario Merz, Alighiero Boetti, Jannis Kounellis, Luciano Fabro e Michelangelo Pistoletto. Questi furono i primissimi artisti che decisero di esporre e divulgare questo nuovo corso artistico, nella Galleria La Bertesca di Genova, nell’ottobre del 1967 nella mostra intitolata per l’appunto Arte Povera. Questa fu la data che segnò l’inizio di un nuovo fare artistico, in cui prevaleva una visione strettamente concettuale e performativa. Grazie a Celant, questo nuovo corso però, invase anche altri ambiti quali la redazione di testi critici e la stessa progettualità espositiva. Una nuova visione curatoriale che, trovo abbia avuto il suo apice di successo, con la mostra Arte povera più azioni povere tenutasi ad Amalfi nel 1968. L’innovazione di questa esposizione fu la scelta di Celant di esporre opere estremamente d’avanguardia nei locali dell’Arsenali di Amalfi, luogo che possiede una propria storia ed un proprio bagaglio storico e sociale. Fu proprio questo rivoluzionario dialogo artistico ed espositivo a segnare una tappa indelebile, nel panorama nazionale, sulla nuova strada che l’arte italiana, a braccetto con quella internazionale, doveva e stava intraprendendo. 
Eppure forse non tutti sanno che l’interesse di Celant in ambito comunicativo ed espositivo non si rivolse solo ed unicamente ad un nuovo corso artistico, come fu l’Arte Povera, bensì si interessò anche di un nuovo ambito: il design. Dovete pensare che in quegli anni l’Italia era del tutto refrattaria alla fondazione di nuove scuole mirate ad una progettualità arredativa. Infatti, furono principalmente gli architetti a recepire e ridisegnare lo spazio abitativo e di conseguenza anche gli arredi di cui si componeva. Celant delineò due scenari in netta opposizione, una situazione simile a quella descritta del manifesto dell’Arte Povera, se da un lato vi era un’arte complessa in opposizione egli rispondeva con un’arte semplice e non dettata della moda consumistica di quegli anni. Alla pari Celant delineò un nuovo scenario arredativo posto in netto contrasto con quello architettonico, volendo, così, sottolineare la differenza che incorreva fra questi due ambiti. Allo stesso tempo egli denunciava un nuovo corso progettuale, da lui definito come Radical Design, basato sulla durevolezza, simbolo di una controtendenza consumistica che aveva avuto nella Pop Art il suo apice di successo.
Grazie a Celant si iniziò a delineare un nuovo panorama ed un nuovo corso progettuale ed artistico che risulta, ad oggi, ancora del tutto attuale, perché basato su un rapporto bilaterale fra natura e uomo. Uno scenario che Celant delineò in epoca non ancora sospetti, forse al fine di evitare una satura società consumistica che trova, nei nostri giorni, l’apice del suo insuccesso sociale, sanitario, economico ed ambientale. 

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