Decolonizzazione culturale

Prima che iniziasse questa fase di lockdown, differenti istituzioni culturali avevano avviato un interessante dialogo basato sulla decolonizzazione delle collezioni museali. Con tale termine si intende sottolineare la massiccia presenza di opere, spesso rubate, a paesi allora sottomessi al dominatore coloniale. Oltre all’importante aspetto della deprivazione, alla patria di origine, di oggetti culturali e sociali, vi è anche un altro fattore che mira a sminuire, queste opere. Infatti, questi oggetti assumono, a causa di una curatela e descrizione inesatta, mere valenze estetiche, svuotandosi pertanto del loro significato originario.
Molti di voi ricorderanno la richiesta, intrapresa da parte della Grecia, di rimpatriare i pezzi architettonici del Partenone ad oggi esposti e conservati presso il British Museum di Londra. Il governo britannico, tuttavia, da declinato tale richiesta e pertanto ha interrotto questo, auspicabile, colloquio costruttivo utile a ricostruire una visione globale ed esatta di uno dei monumenti storici più celebri al mondo.
Altro esempio sono le molteplici statue africane ad oggi esposte al Louvre, opere rubate e trafugate ormai anni or sono che, rappresentano ad oggi, dei nevralgici reperti considerati, di fatto, al governo francese. Ebbene nonostante questo uso e pensiero sia ormai consolidato, nella mente di molti, vi è da sottolineare, però, che purtroppo non tutte le descrizioni inerenti a tali opere né la loro provenienza, in alcuni casi, sono esatte e corrette. Dettagli che denotano un’accentuata visione coloniale che, ancora ad oggi, regna sovrana in molto istituzioni culturali di fama mondiale. 
Eppure tale problematica era già stata affrontata in passato, dunque risulta non essere una novità. Infatti, tra il 1992 ed il 1993 gli artisti Coco Fusco e Guillermo Gómez-Peña hanno inaugurato al pubblico la performance “The Couple in a Cage: Two Amerindians Visit the West”. I due artisti si sono presentati agli spettatori come due Amerindian, provenienti da un’isola di fantasia di nome Guatinau, che erano stati appena scoperti dagli evoluti “colonizzatori” occidentali. I due artisti hanno rappresentanto il fulcro di questa surreale performance resa particolarmente dettagliata e precisa grazie a cartine geografiche il cui compito era quello di illustrare al pubblico le loro terre di origini. I due performers rappresentavano il simbolo di una nazione ancora pura ed incontaminata, di cui gli artisti ne ripercorrevano usi, costumi e tradizioni. I due “primitivi”, finalmente sottomessi da noi Occidentali, si trovavano all’interno di una gabbia da cui non potevano uscire, il personale istituzionale del museo si occupava di prendersi cura di loro, provvedendo ad educarli, portandoli in bagno per i loro bisogni e cubandoli. Forse alle vostre orecchie questa performance potrà sembrarvi assurda ed impensabile, eppure, il pubblico di quegli anni attendeva in fila pur di potersi scattare una foto o di vedere da vicino questi due esemplari unici di Amerindians che, risultavano ai loro occhi come dei fenomeni da baraccone piuttosto che essere umani. 
Sono trascorsi ormai 27 anni da questa performance e quasi due secoli da quel lontano periodo coloniale eppure, ad oggi, sembra non esserci, ancora, un punto di incontro fra Stati “dominatori” e “dominati”. In particolare modo, a seguito di questo nuovo periodo sociale, si stanno riscoprendo nuovi modi di fare cultura, esperimenti che mirano a confrontarsi, in primis, con il proprio bagaglio storico e culturale. Ebbene, di fronte a queste considerazioni è evidente il ruolo che ancora deve essere compiuto, da numerose istituzioni artistiche, al fine di eliminare tendenze profondamente negative, che risalgono ancora al 1800. 
Scriviamo una nuova storia e riscopriamo la bellezza di poter beneficiare di un’analisi storica e culturale che tenga in considerazione del contesto o di fruizione o di produzione delle nostre opere artistiche.


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