Barriere cosmopolite

In seguito al periodo di chiusura e nelle fasi successive, numerosi architetti ed urbanisti hanno avviato un interessante dibattito al fine di analizzare lo stato in cui vivono numerosi cittadini nel mondo. Un tema è diventato sempre più centrale: il concetto di barriere, intendendo in questo caso gli ostacoli che bisogna oltrepassare per connettere sfera privata, la propria abitazione, e la propria routine quotidiana, composta da acquisti alimentari, da attività sociali, ricreative e lavorative. La difficoltà connettiva è riscontrabile in primis nei collegamenti di trasporto, barriera che obbliga il cittadino ad utilizzare mezzi poco green per recarsi a lavoro, per fare la spesa o per svagarsi. 

Da queste constatazioni nasce l’idea di ridisegnare alcune metropoli basandosi sul modello della città dei 15 minuti, intendendo, così, la possibilità del cittadino di raggiungere tutti i servizi in soli 15 minuti. L’idea della città in quindici minuti venne sviluppata ed illustrata al grande pubblico per la prima volta nel 1923, in occasione del congresso nazionale di architettura che si tenne a Chicago. Tale idea era del tutto americana, perché mirava a contrastare l’espansione incontrollata di grandi metropoli degli States che, in quegli anni, si stavano convertendo alla motorizzazione di massa. Al fine di contrastare tale fenomeno si pensò di valorizzare l’idea di vicinato, ovvero di uno spazio vitale dove chiunque potesse facilmente reperire beni primari usufruendo, comunque, di validi connessioni con il centro della città, così da evitare stati di degrado ed abbandono.

I fatti ci dimostrano, però, che tale progetto non riscosse il successo ed i benefici sperati. Ripercorriamo la storia di questa rivoluzionaria impresa.

L’idea abbozzata nel 1923 ebbe un primo riscontro nella realtà progettuale e costruttiva solo nel 1929 quando la  Regional Plan Association formulò, per la prima volta, il “Regional Plan of New York and its environs”, un interessante piano urbanistico disegnato da un pool di diversi esperti del settore. Ciò che ci rimane, del lavoro di questi pionieri urbanistici, sono degli importanti volumi di architettura redatti tra la fine degli anni Venti ed inizi anni Quaranta. In questi progetti si illustrano le intenzioni, le analisi di fattibilità e di realizzazione di tale progetto sociale ed urbanistico. 

Ad onor dei fatti si può dire che la Regional Plan Association ha portato a compimento solo alcuni progetti, legati, bensì, ad un collegamento tra differenti regioni americane. Sfogliando tali volumi salteranno all’occhio vari bozzetti progettuali e schizzi che offrono, ancora ad oggi, validi spunti al fine di aiutare la popolazione cittadina a vivere oltre il nucleo sovraffollato. 

In conclusione si può constare come la parte carente ed irrealizzata di tale progetto sia quella cittadina e locale, in quanto sì è stata abbozzata una valida ridefinizione della città e delle sue periferie, però entro canoni ideali, senza avviare un reale ascolto e dialogo con le comunità locali.

Questo progetto sottolinea come spesso sia più facile creare ponti con regioni lontane e differenti fra di loro piuttosto che comprendere a pieno le differenti comunità che abitano le nostre città. La città a 15 minuti è un’ambiziosa sfida urbanistica che potrebbe abbattere muri, pregiudizi ed isolamento solo grazie ad una progettazione basata su un continuo ascolto e dialogo con i cittadini che abitano e vivono i differenti quartieri delle nostre metropoli.



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