Così è se vi pare
Il nostro occhio ci inganna, la nostra vista ci mente perché non sempre ciò che noi vediamo corrisponde alla realtà. Anzi forse sarebbe utile definire, innanzitutto, il significato della parola “realtà”, termine troppo spesso abusato e consumato, al fine di sottolineare il rapporto fra ciò che noi vediamo e la reale verità. Ebbene questo rapporto è il risultato finale di una combinazione di immagini, di pensieri e di ideologie che risiedono nella nostra memoria, dunque si dovrebbe parlare della propria realtà e, dunque, della personale visione. Di conseguenza la realtà non è oggettiva, non è certa e non è universale.
Continuando su questa lettura ci accorgeremo del fatto che il nostro occhio riproduce immagini fittizie, o per meglio dire, visioni omologate e standardizzate che solo alla nostra mente risultano arbitrarie tanto che, in alcuni casi, ciò che noi immaginiamo visivamente non ha un reale riscontro nella realtà dei fatti. Il percepito ed il dato di fatto, così come l’essere e il divenire, si confondono e si fondono continuamente fra di loro nella nostra vita di tutti i giorni. Uno dei massimi esponenti letterari che ha saputo sottolineare e divulgare queste tematiche su larga scala fu Luigi Pirandello. Egli faceva vivere i suoi personaggi di sentimenti contrapposti, da urti che si trasformavano in tensioni, sentimenti personali che sfociavano nell’ambiente circostante ai protagonisti dei suoi romanzi, vicissitudini che nascono da considerazioni forse banali e scontate ma che ci permettono di riflettere e di analizzare nuove parti di noi stessi. Grazie a Pirandello la nostra imperfezione umana e percettiva viene riletta sotto una nuova luce, creando, così, un reale sentimento di empatia fra lettore e protagonista del romanzo.
Dunque l’occhio ci tradisce quando parliamo di immagini ma non di letteratura? Oppure l’errore persiste? Forse questa dicotomia persiste perché la letteratura è composta da immagini mentali del tutto personali che si creano e distruggono in una frazione di secondi perché il nostro sguardo continua a leggere e dunque la nostra mente continua ad elaborare nuovi frammenti, sviluppando così un film immaginario e del tutto arbitrario. Di conseguenza questo film illusorio e mentale si compone di una moltitudine di fermi immagine che rimangono impressi nella nostra mente solo per pochi decimi di secondo. La nostra vita dunque trascorre fra un moto continuo di aspettative per un futuro che è ormai alle nostre porte, tanto da appartenere ormai al passato. In questo limbo di tempo la nostra vita trascorre, dunque, fra aspettative e fra disillusioni, fra attese e ricordi.
Noi umani, però, grazie allo sviluppo della macchina fotografica, siamo riusciti a catturare il qui ed ora, il momento presente, quel lasso temporale che risultava impossibile da comprendere e catturare da filosofi greci come Socrate. Inoltre, grazie alla fotografia abbiamo la possibilità di immortalare attimi che noi e solo noi reputiamo importanti in quanto tali, essendo convinti che ciò che noi abbiamo visto sarà un qualcosa di unico ed irripetibile. Questa attitudine sottolinea la nostra tendenza a vedere il mondo parzialmente perché basato su costruzioni immaginarie o costruite a cui inconsciamente sottostiamo quotidianamente.
Quanto descritto finora è una riflessione complessa che ha nel film Blow Up di Michelangelo Antonioni l’apice della sua dimostrazione. Il regista narra la storia di un giovane fotografo attivo nella Londra degli anni Sessanta, anni caratterizzati da profonde rivoluzioni sociali economiche e politiche. Il nostro protagonista un giorno, per caso, si ritrova a passeggiare in un giardino pubblico, qui assiste ad una scena che a lui risulta assai originale, si tratta di una giovane ragazza che scambia effusioni al suo anziano amante. Questo è quanto il regista ci induce a pensare, in quanto lo stesso protagonista è convinto di aver colto un momento personale ed intimo di una coppia clandestina. L’evolversi della pellicola ci porterà ad un’escalation di vicissitudini inaspettate che ci faranno completamente cambiare opinione non solo sui protagonisti del film ma sulla nostra stessa visione e concezione del mondo. Blow Up fa emergere la nostra propensione ad assodare entro canoni fissi e definiti quanto noi stiamo osservando, facendo risultare il nostro quotidiano una routine di immagini standard analizzate solo in superficie e superficialmente.
Dunque ecco perché i nostri occhi ci mentono, perché ormai sono fin troppo abituati a guardare la superficie delle cose, tralasciando così la reale profondità di ciò che si presenta ai nostri occhi. La macchina fotografica ci mente in quanto dominata dal nostro senso visivo e dunque costretta ad immortalare ciò che noi crediamo o supponiamo sia realmente interessante per noi o per i nostri followers. L’unica cura, per sopravvivere a questo gioco di fantasmi e di schemi, è l’avvio di una ricerca introspettiva sia personale sia nei confronti del mondo che ci circonda.

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