Venezia, passato e futuro.
Venezia può essere riqualificata attraverso l’arte contemporanea?
Può divenire questo argomento, così fortemente attuale, un valido pretesto per puntare i riflettori sulla più impressionante città, se così la si può definire, che cerca di sopravvivere nonostante il trascorrere del tempo?
Un lembo di storia che vive sull’acqua, che ondeggia al suon del mare, che si interseca con le sue fessure e la sua mappatura urbanistica. Luogo simbolo di una stratificazione del tempo e delle vicissitudini della storia che, ad oggi, volge un occhio verso un’estenuante ricerca di salvaguardia del suo passato mentre, in senso diametralmente opposto, guarda lontano, al futuro. Questa duplice anima che convive all’interno di un unicum, diviene un luogo nevralgico di discussione e di analisi di un tempo, forse inesistente in tale città: quello presente, reso tangibile grazie alle opere d’arte contemporanee.
Il punto zero, di questa nuova modalità narrativa, lo si può rintracciare con la Biennale d’Arte curata da Achille Bonito Oliva nel 1993 da un titolo più che mai emblematico, La coesistenza dell’Arte, un vero e proprio esempio da seguire sullo sviluppo narrativo ed espositivo. Venezia, quale città fulcro di una sedimentazione di incontro e scontro multiculturale che seppe recuperare il suo passato globalizzato e reinterpretarlo in chiave contemporanea, grazie alla sapiente guida del curatore Bonito Oliva. Un punto zero di un nuovo metodo di approccio alla narrazione, simbolo di una convivenza che fonda le sue radici nel passato stesso della città.
Sulla scia di questo nuovo linguaggio culturale Joseph Kosuth nel 1997, intriso della sua esperienza nevralgica nella Biennale sopra citata, decise di celebrare il passato della città veneziana con un’opera site-specific pensata per la facciata cinquecentesca della Fondazione Querini Stampalia. Kosuth recupera gli scritti di John Ruskin, Le pietre di Venezia, e rievoca la centralità della materia secondo un’ottica contemporanea ed attuale, volta ad illuminare e far riflettere lo spettatore che l’osserva. Anche in tal caso vi è una nuova modalità narrativa, frutto dell’incontro tra due metodi di racconto differenti, se Ruskin rifugge alla letteratura, Kosuth, secondo una chiave estremamente contemporanea, disegna le parole grazie al neon, nuova fonte di sapere e di analisi del presente.
Questo osmotico incontro tra passato e futuro ha oggi il suo punto centrale nella mostra temporanea dell’artista Gulnur Mukazhanova, intitolata Memory of Hope. Nella Sala delle Colonne presso Ca’ Giustinian va in scena un incontro tra materia ed invisibile, tra narrazione storica e rappresentazione figurativa, l’Oriente incontra l’Occidente grazie ad una disposizione inusuale di diverse fibre e tessuti frutto di queste due culture. Le merci di scambio e di incontro che spesso arrivavano a Venezia in tempi non sospetti, frutto di un continuo sguardo verso Oriente, vengono oggi celebrate dall’artista Gulnur attraverso un’opera concentrica che abbraccia ed interseca la solida cultura architettonica dello spazio espositivo con le cariche elettrostatiche che tengono salda la stessa opera. Si guarda oltre, al futuro, e pertanto sono pochi e ben curati gli intrecci che l’artista ha voluto utilizzare quale elemento di unione, che viene sostituito, in tal caso, dalla modernità dell’elettrostatica. Le fibre che si intrecciano vogliono narrare l’incontro e scontro, di uno scambio culturale che ha le sue origine in un passato che si pensa remoto ma che diviene ad oggi attuale più che mai. Passaggi e cammini, strade percorse e mai terminate, colori differenti risaltati da un sapiente utilizzo di faretti volti ad esaltare questo cammino senza meta che affonda le sue radici nel passato ma che volge il suo sguardo al futuro.
Del presente non vi è alcuna traccia, vi è l’attimo di visita, quale momento esplorativo che vuole riportare qualsiasi spettatore verso un momento dilatato nel tempo, oggi presente e, forse, non più percorribile. Si riprende, allora, l’idea di concentricità del tempo, teorizzata dagli antichi greci, dispersa da noi occidentali con l’avvento del cristianesimo, al cui centro vi è un qualcosa che accade, kairos. È un tempo fugace e passeggero che deve saper essere colto nella sua immediatezza perché perde in un non nulla il suo essere, ne è ad esempio l’acqua quale simbolo dello scorrere del tempo, elemento in continuo divenire che non si può cogliere e non si può fermare. Venezia come l’acqua che l’avvolge e l’abbraccia, diviene, forse oggi più che mai, un luogo metafisico, estemporaneo, dove il tempo corre e trascorre ripresentandosi secondo sembianze differenti ma simili oppure nuove ed uniche. Ecco il centro nevralgico dell’essere che ora qui si specchia e fugge lontano, ritornando poi sotto nuove fattezze, ecco che solo qui il passato ed il futuro divengono un tempo unico.

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