EFFIMERO

Noi siamo interpreti protagonisti di un film che sembra durare in eterno, protagonisti su un palcoscenico costellato di attori così vari nel loro genere, spesso insoliti ed unici, forse stravaganti, ma sempre eterogenei e diversi, giorno dopo giorno. Ogni tanto ci sovviene il pensiero della nostra fuggente reale presenza a questo mondo, in questa opera che sembra dilatarsi all’infinito, ma l’ora e la data di fine non ci è data a conoscere. A noi spetta l’arduo compito di intrattenere i tempi morti, di vivere vibranti del momento presente, di gioire o di soffrire per un passato ormai remoto per la nostra anima.  

Pause, in questo spettacolo, non ci sono. Vi sono dei tempi morti, intermezzi di pace e tranquillità che sembrano attimi sospesi di cui si fa fatica ad averne memoria, sembrando non vissuti, in quanto provvisori e temporanei come una nuvola che veloce ci percorre per poi subito allontanarsi da noi.  

E poi cosa viene dopo? Chissà quella nuvola errante dove andrà? 

Siamo così tesi a pensare al dopo, forse ad un futuro neanche personale ma di persone a noi care, che ci perdiamo nel nostro limbo presente. Fagocitati dalla monotonia, scadenzata ed intermezzata da reali esigenze umane, quali i pasti da consumare ad orari ben scadenzati e precisi, salvo le eccezioni alle regole. 

Un passo avanti ed uno indietro, camminiamo avanti ed indietro, priva di una linea di circolarità, seguendo percorsi prestabiliti oppure sentieri nascosti, impavidi del provvisorio e della temporaneità di quello che stiamo vivendo. Ma di questo pellegrinare, salvo le macchie sul nostro corpo o del tracciato del nostro percorso su un’app di fitness, cosa resta di questa storia? Una farsa, una commedia ed una tragedia, qui tutti i generi si fondono e si confondono in un unicum eterno e provvisorio passaggio di una vita forse vissuta, nella sua effimera immortalità. 


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Ogni primavera, sulla collina che domina il paese, sbocciava un solo fiore. Lo chiamavano il fiore di vetro. Non per la sua fragilità, ma per la trasparenza dei petali, che riflettevano il cielo e la luce come se fossero fatti di cristallo.

Nessuno sapeva da dove venisse. Cresceva sempre nello stesso punto, tra l’erba ancora umida di rugiada, e durava appena un giorno. Il vento lo sfiorava, il sole lo accarezzava, e poi, al tramonto, appassiva in silenzio, lasciando dietro di sé solo una leggera foschia nell’aria.

Anna, da bambina, era solita salirci all’alba con suo nonno. Portavano il thermos di caffè e si sedevano in silenzio, aspettando che il fiore si mostrasse. Era un momento sacro. Nessuna foto, nessuna parola. Solo occhi pieni e cuori sospesi.

Gli anni passarono. Il nonno morì, il tempo corse, e Anna lasciò il paese. Ma ogni primavera, puntualmente, sentiva una stretta allo stomaco. E un anno, senza dire nulla a nessuno, tornò.

Salì la collina all’alba. Il vento era lo stesso, l’odore dell’erba anche. E lì, nel punto esatto, c’era lui: il fiore di vetro. Fragile. Luminoso. Vivo.

Si inginocchiò, e per la prima volta osò sfiorarlo. Il petalo tremò appena. Non si ruppe. Ma qualcosa dentro di lei sì. Un nodo che aveva stretto per anni si sciolse in un respiro.

Il fiore appassì come sempre, poco dopo mezzogiorno. Ma Anna scese dalla collina con una nuova consapevolezza: che la bellezza, anche se effimera, lascia segni profondi. E a volte, un giorno basta.


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